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Repressione dura contro i "rivoltosi" tibetani

Le forze di sicurezza cinesi sono entrate in maniera massiccia nelle zone tibetane, le hanno chiuse all'accesso dei giornalisti e hanno cominciato la caccia a quanti hanno partecipato alle proteste dei giorni scorsi.



di Francesco Sisci

Il rullo compressore della repressione cinese si è messo in moto a pieno regime annunciando una guerra lunga e intensa contro i nemici separatisti e cominciando una fase di ripulisti nella regione autonoma del Tibet e nelle altre zone della Cina abitate dalla minoranza tibetana.

In un comunicato stampa le autorità della regione del Tibet ieri hanno accusato il Dalai lama, leader spirituale del Tibet, e la sua “cricca” di “volere rovesciare la leadership del partito comunista in Tibet, abbattere il sistema socialista, negare il sistema delle regioni etniche autonome, e ripristinare il selvaggio e violento sistema feudale dei servitori della gleba”.

Contro questo piano il segretario del partito in Tibet Zhang Qinli ha promesso di “combattere risolutamente le attività separatiste e i separatisti.” Per ilPc questa è una “lotta per la vita o per la morte”, termini drammatici che indicano una serie di misure radicali contro gli attivisti tibetani.

Questo grido di battaglia non è rimasto vuoto.

Il club dei corrispondenti stranieri di Pechino, FCCC, ha denunciato che ci sono stati 30 incidenti separati in cui giornalisti stranieri a Lhasa e in tre altre città sono stati bloccati nel loro lavoro. In alcuni casi i giornalisti erano pedinati in altri i filmati sono stati confiscati.

Inoltre le forze di sicurezza cinesi impediscono agli stranieri, compresi i turisti di entrare nelle zone abitate da tibetani. Poliziotti hanno detto che alberghi e ristoranti in quelle zone sono tutti chiusi e non è sicuro viaggiarci.

Negli ultimi giorni il governo ha anche chiesto a tutti gli stranieri di lasciare il Tibet e ha sospeso i permessi di viaggio nella regione.

Nella cittadina di Lithang, nella zona tibetana della provincia del Sichuan truppe hanno circondato un monastero locale e hanno arrestato alcuni residenti.

Campi militari sono stati visti nelle vicinanze di zone abitate da tibetani anche nelle province del Gansu e nel Qinghai.

Al di là della conta dei morti passati, il governo tibetano in esilio dice che nella rivolta di Lhasa di venerdì scorso ci sono stati 99 morti, il governo sostiene che il numero sia stato invece di 13, ora sembra il vero momento in cui la macchina punitiva di Pechino marcia a pieno regime.

Almeno decine di migliaia di agenti della “polizia armata”, specie di carabinieri cinesi con compiti di ordine pubblico, sono stati mobilitati. Lo scopo sembra essere quello di arrestare e interrogare tutti i sospetti di avere partecipato alle dimostrazioni dei giorni scorsi.

La polizia ha monitorato numerose conversazioni telefoniche dal Tibet con l’estero e sta dando ora la caccia ai proprietari di quei telefoni. A Lhasa quel centinaio di manifestanti che secondo le autorità si sono consegnati, dovranno collaborare, fare nomi per ottenere lo sconto di pena promesso loro. Già ci sono notizie di decine di persone arrestate.

Il processo che seguirà sarà metodico, sistematico e potrebbe durare per mesi. Una campagna analoga prese piede dopo il luglio del 1999 contro la setta dei Falun gong.

Quella campagna per certi versi fu più complicata perché gli aderenti alla setta era diffusi in ogni settore della società, anche tra le forze di sicurezza e gli alti funzionari del partito. Oggi però, dopo decine di migliaia di arresti, l’influenza dei Falun Gong in Cina è stata eliminata.

La campagna in atto è per certi versi più facile, perché è mirato su un gruppo limitato di persone, i circa 4 milioni di tibetani, ben riconoscibili e individuabili, mentre Falun Gong vantavano 100 milioni di aderenti confusi tra la gente normale.

Per certi versi è più difficile e delicata perché la repressione che inizia rischia di inasprire i già delicati rapporti tra maggioranza han e minoranza tibetana della popolazione.

Intanto a Dharamsala il Dalai Lama ha incontrato i capi del movimento tibetano in esilio e ha sollevato i suoi dubbi sulle loro recenti tattiche. Il Dalai per esempio è contrario alla marcia dei tibetani verso il confine cinese, è contrario al boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino e chiede per il Tibet l’autonomia non l’indipendenza.

Invece gruppi di attivisti tibetani, specie più giovani vogliono l’indipendenza, il boicottaggio delle olimpiadi e vogliono arrivare al confine cinese come gesto di sfida alla Cina.

In questo braccio di ferro all’interno del movimento tibetano forse anche le fragili speranze di una riapertura di dialogo con la Cina.

Ieri il premier britannico Gordon Brown ha parlato al telefono con Wen Jiabao e quest’ultimo ha ribadito di essere pronto a discussioni con il Dalai Lama purché egli rinunci all’indipendenza e alla violenza. Il Dalai si ègià impegnato in questo senso, ma Pechino chiede di vedere “con le azioni” quanto l’impegno sia autentico.

Difficile però che un dialogo si possa aprire presto. A questo punto sembra più possibile invece che Pechino possa riaprire la porta al Dalai Lama solo dopo avere ripreso in mano la situazione in Tibet, secondo suoi standard e avere vagliato per qualche tempo ancora l’atteggiamento del leader tibetano.


Pubblicato il 20/3/2008 alle 22.31 nella rubrica Diario.

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